Eds: il conflitto

DEFINIZIONE
Il conflitto in psicologia può essere considerato come una situazione di contrapposizione tra le necessità dell’individuo e le sue istanze interiori (conflitto intrapsichico), interpersonali o sociali (conflitto interpersonale), che imponendosi ne impediscono la realizzazione. Questa situazione di antagonismo si verifica tra elementi di varia natura, cognitivi, emozionali, comportamentali e sociali, che richiede da parte del soggetto un’attivazione direzionata ad una scelta che porta ad un processo di adattamento e riconfigurazione.

SINTESI TEORIE
Storicamente, sono state proposte diverse teorie rispetto al concetto di conflitto, il cui significato e impiego hanno connotazioni specifiche a seconda delle varie prospettive psicologiche.
In ambito psicoanalitico, Freud parla di conflitto psichico, ad indicare l’espressione di istanze mentali contrapposte che operano l’una contro l’altra in forma manifesta o in forma latente, come nel caso delle nevrosi. Nel disegnare i termini in conflitto Freud è passato attraverso tre ipotesi, che descrivo il dualismo tra: 1) principio di piacere e principio di realtà; 2) pulsioni sessuali e pulsioni di autoconservazione; 3) pulsioni di vita e pulsioni di morte. All’interno della psicologia individuale, Adler parla di nevrosi conflittuale a proposito di quegli atteggiamenti caratterizzati da un’accentuata opposizione all’ambiente, causata da sentimenti d’inferiorità del soggetto e da una forte antisocialità. In ambito cognitivo, il conflitto è stato descritto da Festinger nella forma della dissonanza cognitiva, intesa come la condizione in cui le credenze e le opinioni di un individuo sono in contrasto tra loro, o con le sue tendenze comportamentali, o rispetto all’ambiente in cui si trova ad operare. In ambito gestaltico, Lewin elaborò invece il concetto di conflitto emotivo, determinato dall’opposizione all’interno del soggetto di forze dotate di uguale intensità e di opposta direzione, chiamate forze appetitive e forze avversative.

TEORIA APPROFONDITA
All’interno della psicologia sociale, il conflitto è definito come un fenomeno che interessa due o più gruppi in lotta tra loro per ottenere risorse esclusive o per uno scopo prettamente difensivo di conservazione o ancora, in generale, quando si instaura una situazione competitiva inter-gruppi. Tra le più importanti spiegazioni teoriche avanzate ricordiamo quella di Sherif (1958) e il suo esperimento noto come la “Caverna dei Ladri”. Tale esperimento, venne eseguito in un campo estivo per ragazzi. Mentre i genitori furono informati sulla natura dell’esperimento, i ragazzi sapevano solo di dover passare qualche tempo nel campo estivo. I ragazzi reclutati, fra gli 11 ed i 12 anni, furono casualmente divisi in due gruppi, ognuno dei quali con conosceva l’esistenza dell’altro.

Nella prima fase dell’esperimento, ad ogni gruppo, vennero proposte diverse attività sportive e di gioco che permisero la formazione della struttura del gruppo: emersero differenziazioni di status, si strutturarono delle norme, si crearono legami affettivi e si sviluppò un forte senso di appartenenza nei confronti del proprio gruppo.
I ricercatori, successivamente, erano intenzionati a creare delle situazioni di conflitto fra i gruppi, ma furono i ragazzi stessi, dopo aver scoperto l’esistenza dell’altro gruppo, a chiedere di gareggiare. Furono organizzate così delle gare e si osservò che le relazioni fra i gruppi si deteriorarono passando dalle aggressioni verbali all’ostilità aperta. Si osservò un incremento della solidarietà e della collaborazione all’interno dei gruppi, contemporaneamente allo sviluppo di stereotipi negativi nei confronti dell’eso-gruppo. Sherif affermò che le relazioni fra gruppi, sia di tipo conflittuale che armonioso, influenzano la natura delle relazioni all’interno dei gruppi coinvolti.
La fase successiva, prevedeva la riduzione del conflitto fra i gruppi introducendo degli scopi sovraordinati, che richiedevano l’unione delle forze di entrambi i gruppi per risolvere situazioni problematiche. L’introduzione degli scopo sovraordinati fu efficace in quanto si notò che i membri di entrambi i gruppi furono capaci di cooperare per raggiungere l’obiettivo sovraordinato, tale interazione cooperativa determinò la riduzione degli stereotipi e dei sentimenti negativi nei confronti dei membri dell’altro gruppo.
I risultati dell’esperimento dimostrarono che l’introduzione di scopi sovraordinati costituisce una condizione necessaria affinché altre misure, suggerite in precedenza per ridurre il conflitto, possano produrre gli effetti desiderati. Senza la presenza degli scopi sovraordinati, infatti, la semplice facilitazione della comunicazione produrrebbe un escalation delle ostilità; la comunicazione di informazioni favorevoli sui membri dell’altro gruppo verrebbe ignorata o re-interpretata in coerenza con lo stereotipo; i tentativi del leader di ridurre il conflitto verrebbero interpretati come allontanamenti dall’obbiettivo del gruppo per i quali il leader verrebbe cacciato.
Questo esperimento permise la formulazione della teoria del conflitto realistico, secondo la quale l’ostilità fra gruppi è determinata da situazioni di competizione per risorse limitate: la relazione conflittuale serve ad ottenere le risorse desiderate per il proprio gruppo ed impedire che queste vengano sottratte dall’altro gruppo. Tale conflitto può essere ridotto se entrambi i gruppi devono raggiungere uno scopo sovraordinato, realizzabile solo attraverso la collaborazione.
Questa spiegazione del conflitto è stata generalmente confermata dalle ricerche successive ed è stata applicata per spiegare diversi fenomeni come le ribellioni, le relazioni internazionali e la rivalità tra tribù africane. Tuttavia, riduce il conflitto a situazioni di competizione reale, gli psicologi sociali si sono infatti domandati se questa condizione sia davvero sempre necessaria per il verificarsi di un conflitto fra gruppi.

ULTERIORE TEORIA
All’interno della psicologia della Gestalt, interessante è il concetto di conflitto elaborato da Lewin (1935), il quale parla di conflitto emotivo, determinato dall’opposizione all’interno del soggetto di forze dotate di uguale intensità ma di direzione opposta. Lo studioso distinse tra forze appetitive, che promuovono un comportamento di avvicinamento all’obiettivo e forze avversative, che promuovono l’allontanamento. La combinazione di queste forze può dare origine a diversi tipi di conflitto, quali:
1- Conflitto tra due tendenze appetitive (attrazione-attrazione): è la situazione di un individuo che si trova di fronte a due obiettivi entrambi positivi e dovrà scegliere necessariamente uno dei due. È il conflitto naturalmente più innocuo e piuttosto raro nella vita quotidiana. Inoltre, una volta che l’individuo sceglie una delle due opportunità, si ha un’immediata risoluzione del conflitto, accompagnata a volte da un’iniziale rimpianto di non avere scelto l’altra, e altre dalla svalutazione dell’opportunità mancata. Questo atteggiamento si può motivare come una strategia difensiva del possibile ritorno del conflitto
2- Conflitto tra due tendenze avversative: due oggetti o situazioni negative, spiacevoli. Questa condizione, se possibile, condurrebbe alla ritirata, al contrario si ripiega sull’opzione meno dannosa.
3- Conflitto tra una tendenza appetitiva e una avversativa (attrazione-avversione): una stessa situazione ha sia caratteristiche positive che negative, provocando avvicinamento e allontanamento insieme. Il soggetto rimane sospeso e incapace di prendere una decisione. Il soddisfacimento del desiderio implica un “prezzo” da pagare, o uno sforzo considerevole, o un rischio/una punizione.
4- Conflitto tra due tendenze in sé sia appetitive che avversative: è la situazione di conflitto più comune nella vita quotidiana, caratterizzata da forte tendenza attrattiva e da una altrettanto forte tendenza avversativa per ognuno dei due oggetti (es. 2 offerte di lavoro).
Lewin ha applicato questi concetti sull’educazione dei bambini, i quali spesso vengono posti davanti a conflitti determinati dal fatto di volerli indurre a fare (o non fare) qualcosa con la promessa di un premio o con la minaccia di una punizione. Sia il premio quanto la punizione sono introdotti per evitare un allontanamento del bambino da una meta a lui sgradita o l’avvicinamento ad un obiettivo per lui tanto desiderabile quanto inopportuno educativamente. Lewin ha rilevato che quando l’adulto fa ricorso alla minaccia di punizione, il bambino cerca di evitare sia il compito spiacevole sia il castigo mettendo in atto una fuga. Invece, quando promette un premio, il bambino cercherà di ottenerlo senza compiere l’azione per lui spiacevole.

METODI DI INDAGINE
Uno strumento utilizzabile in ambito sociale ed educativo per indagare il fenomeno del conflitto è il Sociogramma di Moreno, un grafico che consente di mappare le relazioni tra bambini in una classe o in un gruppo, individuando eventuali bambini isolati e periferici e altri centrali nella rete di relazioni tra pari
In ambito organizzativo vengono usati gli strumenti ideati da Rhaim: il ROCI-I, che misura i conflitti intrapersonali, intragruppo e intergruppo, e il ROCI-II, ideato per misurare i modi di affrontare tali conflitti.
In ambito clinico metodi d’indagine volti ad indagare e valutare i conflitti sono il colloquio, l’osservazione, e nel caso specifico dei bambini, l’osservazione del gioco. Tra gli strumenti psicometrici più utilizzati c’è il TAT (Thematic Apperception Test) di Murray, test proiettivo in cui si chiede al soggetto di raccontare delle storie a partire da delle immagini-stimolo ambigue. Il test mira a rilevare contenuti significativi della personalità, bisogni, motivazioni, emozioni, interessi e conflitti. Un’estensione del TAT verso l’età evolutiva è il CAT (Children Apperception Test) di Bellak, test di natura psicodinamica nel quale si utilizzano le narrazioni dei bambini per comprendere le dimensioni della personalità, tra cui quelle conflittuali. Un altro test proiettivo utile per indagare il conflitto è il Rorschac, costituito da dieci tavole sulle quali è riportata una macchia d’inchiostro simmetrica, rispetto a ciascuna di queste il soggetto è invitato a dire cosa vede. Dall’interpretazione delle risposte date, a seconda del tipo di siglatura e di approccio teorico interpretativo, è possibile delineare un profilo di personalità e identificare eventuali nodi problematici del soggetto.

AMBITI APPLICATIVI
Il costrutto del conflitto presenta diversi ambiti applicativi.
In particolare la teoria di Sherif trova applicazione in campo scolastico, dove si può osservare come nei gruppi classe il conflitto aumenti quando non c’è comunanza negli obiettivi e si entra in una modalità competitiva. L’avvio di obiettivi sovraordinati, al contrario, può attivare dinamiche di cooperazione e collaborazione. Questo risulterebbe di particolare importanza in situazioni di bullismo.
Allo stesso modo, nell’ambito della psicologia del lavoro, può risultare utile all’interno delle organizzazioni valutare il clima organizzativo e, attraverso programmi di formazioni per i lavoratori e i dirigenti, favorire la collaborazione o ristabilire gli equilibri tra gruppi di lavoro contrapposti in vista del raggiungimento di un obiettivo condiviso al fine di massimizzare la produttività.
Rispetto alla psicologia dello sviluppo è importante conoscere i conflitti tipici delle diverse fasi evolutive, così da saper distinguere uno sviluppo normativo da uno non normativo. Particolare attenzione va rivolta ai conflitti adolescenziali.
In ambito clinico, infine, il conflitto è alla base del sostegno psicologico per la genitorialità, per la coppia e la famiglia, esso è basato su modalità di mediazione familiare, che consentono di elaborare il conflitto e riconfigurare le relazioni.

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