Genitorialità e adolescenza

Genitori e figli

Giorgia Belardini · Psicologa Psicoterapeuta

Genitori e figli, la relazione che cambia nel tempo — Giorgia Belardini Psicologa Roma Balduina

Genitori e figli, la relazione che cambia nel tempo

Si diventa genitori molto prima rispetto a quando avviene il parto: quel legame unico che si forma già al pensiero di un figlio, di un progetto condiviso, e che continua a rafforzarsi nel grembo — immaginarselo oltre le tante ecografie, sentire una dimensione dentro di sé, poter essere in due.

Nascono le paure: di non farcela, che debba essere tutto perfetto, i giudizi esterni, possibili imprevisti sfuggiti al controllo, l'idea di non riuscire a comunicare, nuove e importanti responsabilità. Come in ogni progetto, però, si deve avere la speranza.

Genitore fa rima con errore

È assolutamente inevitabile sbagliare. Non esiste una formula magica per far andare bene le cose, uguale per tutti, che possa rassicurarci e semplificarci la vita. Qualcuno dipende da noi, da come lo guardiamo, ascoltiamo, accarezziamo, incoraggiamo, supportiamo; ogni azione influenza il suo modo di vivere, di vedere il mondo, di sentirlo.

Potremmo immaginare i figli come una tela bianca, tutta da creare, ma non basta. È una tela unica, con una propria indole, con attitudini diverse che va conosciuta, studiata, rispettata, e che rende il compito del genitore ancora più difficile. L'errore è certo, quindi è solo la possibilità di recuperare e mettersi in ascolto a fare la differenza.

Sicurezza e appartenenza

Quella tra genitore e figlio è una relazione che si deve costruire nel tempo e che cambia continuamente. Tra i bisogni primari troviamo il senso di sicurezza e appartenenza: un bambino deve essere sicuro di trovare la propria mamma quando la cerca, che se la chiama mille volte, lei mille volte si farà trovare; che risponda adeguatamente ai suoi bisogni, che sia sintonizzata su di lui — un punto di riferimento e di amore incondizionato.

All'aumentare dell'età cambiano le richieste e solo ponendosi in ascolto attivo si riescono a cogliere i segnali che puntualmente vengono inviati. L'adolescenza dovrebbe segnare il punto critico, di svolta, di resa dei conti di tutto il lavoro fatto finora, e che apre nuove e difficili sfide.

Quello che vedo come terapeuta sono spesso ragazzi e giovani adulti troppo preoccupati di far star male i genitori, di farli soffrire; ragazzi impeccabili che hanno timore di sbagliare, proiettati e attenti a madri e padri in crisi, stanchi. Sono figli, però, sofferenti, che fanno di tutto per essere visti — e lasciano tracce sempre più evidenti dei loro bisogni, delle loro paure, delle loro sofferenze.

Solo avendo un punto di riferimento sicuro e stabile un ragazzo può permettersi di allontanarsi, di sperimentare, di conoscersi nelle varie situazioni ed emozioni, di sentirsi persona indipendente nel mondo.

Il sentimento centrale che deve animare il genitore durante le fasi della vita del figlio è, in fin dei conti, l'amore: ascoltare con attenzione, essere pronti a rispettare le sue scelte, non giudicare in base ai nostri criteri, capire di cosa ha bisogno e accoglierlo.

Cosa non fare

Sembra scontato, ma è bene ribadirlo: violenza fisica e psicologica sono oltremodo vietate, come insulti, svalutazioni, denigrazioni. Creano difficoltà anche le punizioni emotive (come "non ti voglio bene se non fai questo"), bugie e segreti non detti in famiglia, mancanza di confini e privacy. La domanda che più ci può guidare è sempre: "questo comportamento serve davvero all'educazione e alla crescita di mio figlio?"

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